Perché non leggiamo Pinocchio?

giugno 17, 2012 § Lascia un commento

 stefano vitale

Presto saranno 130 anni da quel 1883, anno in cui venne pubblicato definitivamente  il romanzo di Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Si tratta di uno dei libri più letti nel mondo ed in Italia, un libro che ha affascinato artisti di ogni campo culturale (basti fare i nomi di Totò, Disney, Carmelo Bene, Comencini, Benigni, Fellini, Paolo Poli, ora anche Tim Burton). Eppure a scuola non è molto apprezzato. Forse perché Pinocchio dice: «A dirtela in confidenza di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido»?

Pinocchio anarchico e nemico della scuola e delle istituzioni può certo creare qualche problema. Tanto è vero che lo stesso Collodi ne cambia il finale: prima fa morire Pinocchio impiccato senza speranze, poi si accontenta di un castigo con perdono e pentimento delle sue marachelle. Il “vero” Pinocchio paladino di una “controeducazione” refrattaria ad ogni omologazione ed irrigimentazione? Forse la questione è che la nostra cultura è da sempre troppo bigotta e cattolica per accettare un tipo come Pinocchio. Astrid Lindgren scrisse anni dopo “Pippi Calzelunghe”: un personaggio non meno iconoclasta e ribelle. Eppure in Svezia adorano quel libro e la sua autrice. Persino Roal Dalh si è ispirato a Pinocchio e molti dei suoi personaggi non sono certamente politically correct. Ma per loro l’embargo non è operativo. Cosa c’è di così pericoloso in Pinocchio? È un cattivo esempio? Un potenziale delinquente che diventa eroe? C’è il rischio d’identificazione? Eppure molti pensano che sia importante, al fine di contrastare la violenza, il bullismo, la fuga dalla realtà, proporre delle “rappresentazioni” di questi fenomeni, rielaborare i propri desideri anche quelli più “neri” per “mettere a distanza” il male e non rimuoverlo. Paul Hazard, nel 1914 mise in rilievo il legame tra Pinocchio ed il teatro popolare italiano. Poi Benedetto Croce, mica uno qualsiasi, disse che «il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità». Nel 1968 Gianfranco Contini stabilì che «questa è letteratura senza aggettivi, non letteratura per bambini, anche se la rappresentazione d’un infanzia non agiografica, e pur aliena da ogni indulgenza […] verso il sadismo degli anni verdi, giova a introdurre quel limite della realtà che per il De Sanctis è il massimo insegnamento del nostro Ottocento». Pinocchio è un libro solo apparentemente semplice, tanto è vero che si è prestato a interpretazioni diverse: politiche, psicoanalitiche, sociologiche, allegoriche, simboliche e religiose, persino esoteriche. Alberto Asor Rosa ha sottolineato la natura “duplice” del personaggio, sospeso tra ironia e umor nero, tra libertà e disperazione. C’è un Pinocchio che fugge dai suoi inseguitori, dai suoi fantasmi e c’è un Pinocchio che anela la vita, la felicità. Nel 1972 Fernando Tempesti con la sua introduzione all’edizione Feltrinelli dell’Universale ci ha dato un saggio complessivo, poi va citata la riscrittura di Manganelli (1977); per Pietro Citati il romanzo è misterioso come l’Odissea e Antonio Faeti, il massimo studioso di letteratura per l’infanzia oggi, scrive «A me Pinocchio scappa dalle mani da cinquant’anni» e sostiene che è proprio la sua imprendibilità ad aver determinato il suo mancato ingresso a scuola. Troppo ambiguo, troppe possibilità interpretative e c’è persino un pericoloso “elogio della bugia”. Ma allora, Pinocchio sta fuori dalla classe perché è troppo “italiano”? Un personaggio irresponsabile, che non impara mai la lezione, che non matura, che sfugge alle regole, che non sa giudicarsi e pretende sempre l’innocenza, che dà sempre ad altri la colpa delle sue malefatte, che ama il “paese dei Balocchi”, crudele e spietato, “furbetto” quanto ingenuo. Un personaggio che mette in crisi gli adulti, gli insegnanti che hanno bisogno di “messaggi semplici e chiari”? Persino Calvino si scordò d’inserirlo nell’antologia scolastica della Zanichelli “la lettura” che curò con Salinari nel 1969. Anche Carlo Lorenzini (18261890) non era un tipo facile: studiò per diventare prete, ma quando cominciò a lavorare come commesso in una libreria capì quale fosse il mondo per lui più affascinante. Iniziò a scrivere per la Rivista di Firenze, della quale diventò poi redattore. Tornato a casa in seguito all’arruolamento durante la Prima Guerra d’Indipendenza, fondò la rivista satirica Il lampione che venne subito censurata. In seguito scrisse delle commedie per il periodico da lui stesso fondato, Scaramuccia. Nel 1859 scrisse il primo articolo con lo pseudonimo di Collodi, che è il nome di una frazione del paese in cui nacque sua madre. Qui oggi c’è un parco letterario gestito da una fondazione che si occupa d’iniziative culturali (www.pinocchio.it) e sono certo che, con buon pace dei benpensanti e dei veri delinquenti, il Lorenzini stia benissimo accanto a Kipling, London, Melville e soprattutto Dickens e Twain. Dunque leggiamo Pinocchio che ci fa bene: anche per capire in che mondo viviamo oggi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Perché non leggiamo Pinocchio? su anni verdi.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: