Il senso delle cose

novembre 4, 2012 § Lascia un commento

 stefano vitale

«Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso». Questa la frase che apre il libro di Janne Teller Niente (Feltrinelli, 2012).

Se niente ha senso allora è meglio non fare niente piuttosto che qualcosa: è la scoperta che fa Pierre Anthon, tredici anni, e come un novello “barone rampante” decide di salire su un albero vicino alla scuola.

 E si rifiuta di fare qualsiasi cosa. Tranne invitare i compagni a fare altrettanto. Ma essi, dopo un primo momento di sbandamento, decidono di raccogliere «cose che abbiano un significato» per dimostrare a Pierre che lui ha torto e che c’è sempre qualcosa per cui vale la pena fare qualcosa. Ma cosa è questo “fare qualcosa”? I ragazzi dapprima raccolgono cose semplici, quotidiane: una canna da pesca, un pallone, un paio di scarpe, ma ogni volta Pierre è bravissimo col suo graffiante e spietato nichilismo razionale a distruggere ogni loro tentativo di convincerlo che qualcosa abbia un senso. Niente ha senso, tutto è inutile. Ciò che aveva significato nell’infanzia, ora non lo ha più. Tutto cambia e niente più resta come prima. I ragazzi sono spiazzati ed il gioco si fa duro. La sfida impone di alzare la posta e s’innesca un tragico meccanismo: per dimostrare che ci sono cose che hanno senso si deve rinunciare ad esse. Al sacrificio di un amato criceto seguono il taglio dei capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino, l’indice della propria mano che suonava la chitarra come i Beatles. E tutto viene ammucchiato, nuova torre di babele del «senso che non c’è», formando una torre puzzolente, surreale, mortifera. Ciascuno deve dare prova di sé, la legge del gruppo è spietata: occorre contrastare il disfattismo di Pierre con un sacrificio.

Ovviamente gli adulti non si accorgono di nulla. La ricerca del senso della vita s’intreccia con la vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa cui si teneva davvero. Abbandonati a se stessi, i giovani adolescenti cadono in un’escalation d’orrore. Poi i media si accorgono del fatto, la cittadina dei ragazzi è sconvolta e la vicenda precipita verso la fatale conclusione. Follia, fanatismo del gruppo, perversione del nostro mondo, innocenza e crudeltà mescolati ferocemente: in questa terribile favola moderna c’è tutto lo smarrimento dei giovani e la consapevolezza che “i buoni sentimenti” non portano da nessuna parte. Col rischio incombente di una “soluzione finale” che toglie il fiato.

Quello che ci toglie Juan Pablo Villalobos con il suo Il bambino che collezionava parole (Einaudi, 2012), altra triste storia d’infanzia rubata. Qui siamo tra i narcos messicani e Tochtli è un bambino sveglio, ma triste. Perchè vive rinchiuso in un lussuoso palazzo che però è così trasandato e sporco da sembrare una prigione. Lui non può uscire di casa, non ha una madre e suo padre è il capo di una banda di narcotrafficanti. Un duro, un vero cattivo, spietato e stupido. Il bambino ama inevitabilmente suo padre e ne condivide il destino. Per ingannare la sua solitudine colleziona parole difficili, costruendo così una sua vita parallela, ma inutile. Ogni suo desiderio è praticamene esaudito: lui ama anche i cappelli e ne ha tantissimi, attorno a lui la gente muore, quasi tutti ammazzati dal padre e dai suoi aiutanti che per Tochtli sono “amici”, i suoi “modelli”. La vita non ha valore, non ha senso se non nella misura in cui occorre salvare la pelle. Il bambino passa il suo tempo tra cocaina, pistole ed il sogno assurdo di avere tra i suoi giochi il mitico ippopotamo nano della Liberia. Racconto sospeso, ossessivo dove la violenza è il segno dell’indifferenza che annulla il valore della vita.

Così crescono i nostri ragazzi tra il freddo nord della Danimarca e l’arido Messico.

E non ci salva neppure la pura fantasticheria di Milo De Angelis col suo La corsa dei mantelli (Marcos y Marcos, 2012) scritto negli anni settanta ed ora riproposto sulle ali del successo poetico dell’autore. In questo libro si narra di una ragazza selvatica, Daina, della quale ci si innamora a prima vista e che trascina Luca in una serie di esperienze, prove, tornei che hanno il sapore metaforico di un viaggio dentro l’infanzia che si supera ed invera nel vuoto da scoprire della nuova nascita adolescenziale. Nostalgia di riti di passaggio che non conducono ancora a nessuna maturità e che lasciano sospesi su strade senza uscita: «stava per succedere qualcosa di grande […] anche Luca lo voleva e non lottava più. Era così, te l’ho detto, un sacrificio […] un grande sacrificio […] il nostro sacrificio più grande…». Ma davvero non c’è un’alternativa? È questa la condizione in cui siamo costretti? La situazione è difficile, ma non sarebbe meglio tagliare con l’idea che l’infanzia e l’adolescenza vanno sacrificati? Ne abbiamo abbastanza, ora vogliamo vivere. Ma il senso, qual è il senso? Davvero ne abbiamo bisogno, di un senso?

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