Di raccontare e leggere mai ci si stanca…

aprile 8, 2013 § Lascia un commento

 stefano vitale

éPeriodicamente, specie in vista di Fiere e Saloni, ci si lamenta che in Italia si legge poco. Se ne dà la colpa alla scuola, ai costi elevati dei libri, al nuovo nemico e-book… Tutto vero probabilmente. Molto meno si parla del fatto che anche l’amore per la lettura è il frutto di varie circostanze tra cui l’educazione, magari sotto forma banale di familiarità e consuetudine alla frequentazione di questi strani oggetti che chiamiamo libri.

Come tutti sanno, ma tendono a dimenticare, gli anni della formazione di base del bambino che vanno sino ai sei anni sono decisivi. Anche per apprendere il piacere della lettura. Ed ancor di più lo sono i primi tre anni, gli anni del nido. Anni in cui il bambino non sa leggere, né immagina razionalmente, per così dire, che un giorno gli toccherà questo onore od onere, fate voi. Quel che voglio dire è che sin da piccolissimi occorre immergere il bambino in un ambiente di “letture” e di racconti, in un clima narrativo. L’ascolto della voce dei genitori, la cura di richiamare la sua attenzione quando ci si rivolge a lui, di cominciare sin da piccoli a strutturare piccole regole di etica comunicativa, il gesto stesso del raccontargli delle piccole storie, di cantare delle canzoncine o delle filastrocche… Certo lui non capisce, ma comprende benissimo che la parola ed il racconto saranno il suo destino. Se poi in casa abbiamo dei libri e se la televisione non è sempre accesa ed ogni tanto si ascolta insieme della musica (meglio Mozart di Mengoni, tanto per dare un consiglio facile) allora possiamo sperare in qualcosa di meglio. Poi magari va tutto male perché c’è la crisi, perché siamo sfigati, la mamma ed il papà si separano o un giorno ci regalano un videogioco, ma almeno possiamo dire di averci provato. Anche al nido si possono fare molte cose e così pure, ovviamente alla scuola materna. Con un gruppo di insegnanti del nido e della materna ho lavorato ad un problema: come scegliere delle storie per i bambini da 0 a 6 anni per creare anche un ponte con le famiglie. Per scambiare delle esperienze e per migliorare la qualità delle proposte di lettura anche per chi non sa ancora leggere. Naturalmente abbiamo lavorato sui libri illeggibili (il libro prima del libro) di Bruno Munari (www.brunomunari.it e www.corraini.com) perché il libro è un oggetto sensibile, uno stimolo, un campo di ricerca, uno strumento di comunicazione che costruisce una direzione e dà senso alla nostra cultura. E restando su Munari abbiamo poi letto Nella notte buia, Nella nebbia di Milano ed Il merlo ha perso il becco. Tutti libri che accompagnano dal non-libro al libro che ci racconta delle storie. La storia, infatti, deve essere adatta all’età del bambino, il contenuto deve essere chiaro e comprensibile, ma non banale, suscitare curiosità e stimolare l’autonomia e la critica. Fin da piccoli. Per questo ci vanno bene i libri che parlano della quotidianità, ma senza stereotipi (i libri per i piccoli sono pieni di stereotipi sessisti, accidenti), che spingano certo a mettere ordine nella propria vita, ma anche alla curiosità verso se stessi, gli altri, il mondo. Per questo abbiamo letto di Hervè Tullet Un libro, di Mario Ramos A letto, piccolo mostro!, di Leo Lionni abbiamo letto Guizzino, Pezzettino, Questo è mio, Cosa facciamo oggi? (tutti editi in raccolte Einaudi Ragazzi). Così facciamo i conti anche con le emozioni e le paure con un linguaggio adeguato, Perché il linguaggio è tutto. E non deve essere volgare, infantilizzante, ma pulito, serio, magari anche “difficile”, ma vero. Non è solo un problema di vocabolario, ma anche di onestà e di piacere della scoperta che coltiva l’attenzione. Per questo abbiamo letto di Gianni Rodari A sbagliare le storie (Emme Edizioni). Ovviamente le immagini sono fondamentali: gusto estetico, capacità di suscitare emozioni e sorprese, di essere comunicativo in modo efficace, creative ma non astruse. Troppo spesso le immagini parlano agli adulti e non ai bambini oppure sono troppo “infantili”, troppo edulcorate e false. Ed allora, per capire, leggiamo Lupo, lupo, ma ci sei? di Giusy Quarenghi e Giulia Orecchia. Anche il legame con la cultura di riferimento (a proposito: perché non impariamo più poesie e filastrocche a memoria?) è molto importante: oggi più che mai per capire le differenze ed apprezzare l’intreccio delle culture che ci formano. Così rileggiamo le fiabe italiane raccolte da Italo Calvino (alcune ben riprese e riscritte da Roberto Piumini in Fiabe d’Italia uscito da Einaudi con le illustrazione di Anna Curti) e diamo uno sguardo ai due libri di Tullia Chiarioni Ti racconto una fiaba… e Quando il pioppo faceva le mele (Carocci) per i percorsi interculturali. Come già scritto, non detto che tutto ciò basti. Anzi. E probabilmente ha ragione Stefano Benni che nel racconto La riparazione del nonno (edizioni Orecchio Acerbo) ci ricorda che solo la costante presenza e la cura spassionata ed appassionata del raccontare può aiutarci a produrre gli enzimi necessari alla lettura e gli anticorpi altrettanto necessari alla passività telewebvideomediatica che ci sta pian piano distruggendo. Finché c’è narrazione c’è speranza che a raccontare mai ci si stanca.

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