Abbiamo bisogno di apriori educativi… Ripensare Pontremoli

dicembre 1, 2014 § 1 Commento

stefano vitale

éLa cosa bella, che talvolta sottovalutiamo, è che l’educazione, la pedagogia sono fatte di persone e di esperienze concrete. Le teorie sono importanti, non c’è dubbio, ma contano tantissimo le persone. Non sono sicuro che Giuseppe Pontremoli un giorno entri nei manuali di storia dell’educazione, certamente è entrato nelle storie di tantissimi bambini e tantissime persone che lo hanno incontrato, conosciuto, apprezzato, amato.

Perché Giuseppe Pontremoli faceva educazione e costruiva sistemi pedagogici con la sua persona stando in relazione diretta con le persone e le cose concrete. Insomma per fare educazione occorre sapere stabilire una relazione e costruire un contesto favorevole allo scambio tra persone e poi l’apprendimento nasce, parte e si sviluppa da qui. Perché si apprende da quel che siamo e soprattutto da quel che vorremmo e potremmo diventare. Il futuro è una nozione centrale dell’educazione. Non sempre è un concetto apprezzato. Talvolta è stato strumentalizzato per imporre finalismi estranei, autoritari. Ma il futuro è necessario, coltivare una prospettiva ci sostiene specialmente se sappiamo vivere con pienezza il qui ed ora. Non è una contraddizione: è un a priori educativo. Vivere bene il presente per amare il desiderio del futuro. Ma come fare? E ritorniamo al piacere fondante della relazione e della curiosità, dell’avventura, della scoperta di sé e delle cose. Ho già scritto che Pontremoli era un “poeta in sé” perché sapeva cogliere l’essenziale anche in ciò che è apparentemente marginale. I bambini sono qualcosa del genere. Chi fa il maestro lo deve sapere: nei bambini sono racchiusi mondi incredibili ed i bambini hanno sete e fame di mondi incredibili. Purché vi sia qualcuno che li aiuti, incoraggi ad entrare in contato con se stessi, gli altri, le cose del mondo, le storie del mondo. E, di nuovo, non è una contraddizione, ma un altro a priori educativo: il bisogno di una “mediazione” è fondamentale per sviluppare la serenità ed il piacere di andare avanti da soli, per non aver paura di sé, degli altri, del mondo. La passione e la ragione, il desiderio ed il rigore non si elidono: sono aspetti della nostra vita e della nostra storia. Un buon educatore lo sa e lavora in questa direzione. Una direzione volta a mettere i bambini a contatto diretto con questi ingredienti diversi della vita, con le cose, e quindi anche con la lettura, la scrittura, il calcolo… se stessi.

Per Pontremoli la “rivoluzione” pedagogica sta nell’evitare le secche della didattica artificiale, che imbriglia, inquadra, spegne il desiderio dell’apprendere. Non si tratta di andare senza bussola: all’avventura si va con una bussola, non farlo sarebbe da pazzi. È che la strada è dentro la strada stessa. Si impara a leggere se leggiamo, a scrivere se scriviamo. Per Pontremoli la lettura, la scrittura, la narrazione sono pilastri essenziali su cui costruire la casa dell’educazione. La lettura, la scrittura, il calcolo ci rendono umani; il linguaggio, i diversi linguaggi (dell’arte, della musica, della letteratura, dell’oralità…) declinano il nostro essere umani. E l’educazione si rivolge agli umani. Ed allora occorre imparare ad essere aperti, creativi e sistematici, complessi si dice oggi. L’interdisciplinarietà, parola lunga e non sempre bella, è una delle chiavi della pedagogia di Pontremoli. L’educazione si apre al mondo: la musica rimanda alla lettura (la voce del maestro…); la lettura all’arte, l’arte si dipana tra pittura, cinema, i graffiti sui muri delle nostre strade. Tutto ciò che produciamo artisticamente, col desiderio di lasciare un segno, è una forma di storia, un racconto che va scoperto, con una visione poetica che è anche critica. Perché ciò che conta è l’educazione che libera, che ci libera dalle manipolazioni, dalle oppressioni, dalle cose ingiuste. Per questa via, la visione educativa di Pontremoli diventa civile e porta un messaggio di rivolta contro tutto ciò che ci rende non umani, “inumani”. Oltre al suo romanzo Il mistero della collina ed alle sue poesie di “Rabbia birabbia” e poi Ballata per tutto l’anno ed altre storie, egli ha scritto Elogio delle azioni spregevoli e poi Giocare parole. Ovviamente vanno letti per capire meglio l’idea di educazione che animava Pontremoli. Le “azioni spregevoli” sono appunto quelle di leggere (e vivere) senza un padrone, senza verità precostituite coltivando il pensiero critico, cercando un rapporto diretto con la realtà. I racconti, direte voi, sono quanto di più mediato, fragile, opinabile vi sia. È vero. Ma è vero anche che di questo disponiamo: della possibilità di “fare” e scrivere la nostra storia confrontandoci con le storie degli altri. Ecco perché la laicità è un altro fattore fondante della pedagogia di Pontremoli. L’apertura verso l’altro, la curiosità di scoprire altri mondi possibili, non alzare  muri, non accettare pregiudizi, ma allenarsi all’uso della ragione, capire le ragioni degli altri e scoprire le ragioni dei fatti non accontentandosi delle spiegazioni superficiali e funzionali ai poteri, quali che siano. Penso sia opportuno aprire questa riflessione sui “riferimenti” educativi che emergono dall’opera di Pontremoli. Perché non ci si deve limitare a pensare che lui era “eccezionale”, restaurando involontariamente un “culto del carisma”. Questo può valere per le persone che, come me, come tanti di noi, lo hanno conosciuto ed ammirato. Ma mi fa rabbia pensare che Pontremoli possa essere liquidato, dimenticato pensando che quel che faceva lui era possibile perché lo faceva lui, e basta. Pontremoli aveva un piano: coinvolgerci tutti, prenderci per mano come faceva coi suoi bambini e costruire tutti assieme una nuova visione del mondo e di noi, una visione che tenesse ferma la prospettiva aperta negli “anni verdi” di ciascuno di noi. Anni che troppo spesso vengono dimenticati, archiviati come una malattia. Per questo scriveva su Linea d’ombra, rossoscuola, école e tante altre riviste: per elaborare assieme un “pensiero collettivo”, un pensiero “educativo poetico” che guardi all’essenziale, alla radice e “la radice di tutte le cose è l’uomo” e la donna. E tutti siamo stati bambini e bambine.

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