Biciclette e corse nel deserto

febbraio 25, 2015 § 1 Commento

stefano vitale

éAnni verdi che sfioriscono, anno verdi che si consumano. Questo è il rischio che stanno correndo i bambini. Qualche volta ce la fanno, d’accordo. Ma il lieto fine non è una consolazione, è talvolta la conferma della nostra assurdità. Nel film “La bicicletta verde” ( diHaifaa Al- Mansour2012) siamo in Arabia Saudita dove è sconveniente per le donne andare in bicicletta. Wadjada è una bambina sveglia che non si piega ai conformismi della religione. Ha un amico che ha una bicicletta e spesso giocano, di nascosto, insieme. Anche lei desidera una bicicletta, decide di comprarla e di darsi da fare a raccogliere il denaro necessario. Vende braccialetti, si fa pagare piccoli favori per le sue compagne. Qui le bambine non contano niente, non vengono neppure inserite nell’albero genealogico delle famiglie. La scuola indice poi una gara di recitazione del Corano: 1000 riyal sono il premio. Lei, che non era proprio una studentessa modello, s’impegna e vince la gara. Invitata a dire cosa farà della somma vinta, rivela l’intenzione di acquistare la bicicletta. Viene derisa dalle compagne e la preside la obbliga a devolvere la somma in beneficenza ai palestinesi. Tutto sembra perduto, ma la madre, intanto ripudiata dal marito perché sterile, le regalerà la bicicletta verde tanto desiderata, simbolo ora di ribellione ai costumi in cui le donne sono costrette a restare ai margini della società ed a subire. Madre e figlia si abbracciano in un messaggio di solidarietà e di speranza. Quella che sembra aver perso Cyril che ha quasi 12 anni e cerca disperatamente di ritrovare il padre che lo ha abbandonato, lasciandolo temporaneamente in un foyer l’infanzia. Il film è “Il ragazzo con la bicicletta” (20119 di Jean Pierre e Luc Dardenne.Nella fuga incontra Samantha, una donna che ha un negozio di parrucchiera. Cyril le chiede di ospitarlo durante i fine settimana e Samantha accetta. Il ragazzo poi riesce ad incontrare il padre il quale però gli dice che non ha intenzione di occuparsi di lui e che non vuole più vederlo.Samantha intanto gli ha procurato la sua bicicletta che il padre aveva venduto per bisogno di denaro. Cyrilfa la conoscenza di alcuni ragazzi di strada, capeggiati dal più grande Wes, anch’egli un tempo ospite del centro. Samantha non vuole che il ragazzo frequenti Wes perché ha fama di essere uno spacciatore. Cyril è disorientato, aggressivo, a disagio ed una sera ferisce Samantha ad un braccio e scappa di casa per compiere una rapina pianificata da Wes. Questi, sapendo che Cyril è stato visto in volto e che quindi potrebbe essere riconosciuto, non prende la refurtiva e minaccia il ragazzo di fare il suo nome, Cyril allora va dal padre ma anche lui caccia via il figlio. Samantha gli dice che deve andare dalla polizia perché lo stanno cercando, Cyril si scusa con lei e poi le chiede di prendersi cura di lui definitivamente.In seguito alla denuncia Samantha si fa carico delle spese del risarcimento e Cyril chiede scusa alla vittima. Un giorno incrocia per caso l’edicolante: il figlio, anch’egli aggredito durante la rapina, lo insegue tirandogli dei sassi; Cyril si arrampica in cima ad un albero ma poi cade. Giace per terra privo di sensi, poco dopo si risveglia ma non vuole essere soccorso, così risale in sella alla sua bicicletta per fare ritorno a casa.Il ragazzo con la bicicletta ricorda molto Pinocchio: la ricerca di un padre, il conforto di una figura femminile che al tempo stesso è giudizio sulla vita, la distrazione, il male di chi approfitta dell’infanzia, ma anche l’ipocrisia dell’adulto, che pretende ma evita le responsabilità. Quel che accade a Cyril, sempre in sella alla sua amata bici, non avviene però nel paese dei balocchi, ma nel Belgio di oggi. Il contrasto tra Cyril e Samantha, la loro fatica di doversi misurare con se stessi e con gli altri, sono una delle prove più significative di un amore difficile e sincero, dal quale non si può più scappare in sella a una bicicletta. Rafael, Gardo e Gabriel detto Rato hanno 14 anni scappano sempre. Vivono nelle favelas brasiliane, campando grazie allo smistamento dei rifiuti. Un giorno Rafael trova nella discarica un portafogli che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave. Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono né fiducia né simpatia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio. Il gioco si fa duro, ma i nostri piccoli eroi non rinunciano a giocare. Trash (2014) è l’adattamento cinematografico diretto da Stephen Daldry (quello di “Billy Elliott”) del romanzo omonimo per ragazzi scritto da Andy Mulliga. Il film è piuttosto semplice e spettacolare: le tre action figure in miniatura a metà fra Oliver Twist e HuckelberryFinn, che ci trascinano nelle loro avventure picaresche tenendoci inchiodati alla sedia nella preoccupazione (adulta) per la loro incolumità, e allo stesso tempo convincendoci della loro insopprimibile capacità di sopravvivenza. I tre saltano dentro e fuori le inquadrature come cartoni animati (o come il ballerino Billy Elliot), mostrando gambe e braccia di scattante magrezza, occhi sgranati, sorrisi strafottenti.E lasciano lo spettatore occidentale con il disagio per aver contemplato la miseria delle bidonville del Terzo Mondo e l’esistenza dei “bambini spazzatura” che, nella vita vera, vengono fermati da una pallottola se rischiano anche solo una delle bravate dei nostri tre piccoli eroi. Il film ha un lieto fine, ma l’amarezza è tanta. Ma diventa insostenibile quando si pensa a Toya, la bambina del film “Timbuktu” (2014) del regista mauritano Sissako. Il padre e la madre, alla fine del film, vengono uccisi dalla polizia islamista per una banale bega di vicinato e lei rimane da sola, a correre come le gazzelle del suo deserto ed a sperare in un futuro migliore che difficilmente arriverà. Toya perde tutto: gli affetti familiari, i suoi pochi beni (una famiglia di pastori con sette magre mucche). Ma soprattutto perde la sua fiducia nel mondo degli adulti cui si aggiunge il dramma potenziale legato all’essere di sesso femminile. L’ultima sequenza del film è emblematica: Toya corre e piange e in un montaggio parallelo vediamo una giovane gazzella inseguita dagli islamisti che dicono “non ucciderla, sfiancala”.  Gli anni verdi sono sempre più duri e correre e scappare può anche non bastare.

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